Vocal Coach, spiegazione del mio lavoro - Lezioni di canto



Il mio lavoro di vocal coach in carcere per la onlus Mozart14

Ogni settimana Stefania Martin vain carcere. Con sé ha solo il necessario per il suolavoro: la voce. Già, perché oltre a esserevocal coache cantante (è corista di diversi big tra cui Renato Zero), da alcuni anni insegna alfabetizzazione musicale alle detenute del carcere della Dezza, a Bologna. Stefania, infatti, collabora come docente al Progetto Papageno ideato dall'associazioneno profit Mozart14. Fondata dal grande direttore d'orchestraClaudio Abbado, convinto che la musica ha il potere di cambiare e migliorare la vita di chiunque, specie i meno fortunati, oggi è presieduta dalla figlia Alessandra Abbado e svolge diverse attività di musicoterapia in carcere e negli ospedali. Il musicistaEzio Bossone è testimonial internazionale.

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IlProgetto Papagenocui collabora Stefania, in particolare, è nato con lo scopo di creareun corodi detenuti, 40 elementi in tutto, donne e uomini. Mentre lei segue la parte femminile, Claudio Napolitano è il coach della sezione maschile. Diretto dal maestro Michele Napolitano, il Coro Papageno si è già esibito varie volte dal vivo: la prossima data sarà il 26 maggio, all'interno della Casa Circondariale Rocco d’Amato di Bologna. Un'esperienza che è stata raccontata anche da un libro e un documentario,Shalom! La musica viene da dentro(in vendita sul sito dell'associazione cui vanno i ricavati). Ma come si diventa vocal coach? E cosa spinge una docente di canto a mettere il propriotalentoal servizio di chi è in difficoltà? Cosmo l'ha chiesto a Stefania Martin.

Stefania Martin
Stefania Martin, vocal coach della sezione femminile del Coro Papageno ideato dalla onlus Mozart14.

Che studi hai fatto?
“Ho studiato privatamente tecnica vocale in campo moderno e ho cominciato a esibirmi giovanissima, a 19 anni. Ma per diversi anni ho coltivato il canto solo come una passione, mentre facevo tutto un altro lavoro. Ero segretaria nell'ufficio legale della Confindustria a Brescia, e non pensavo che la musica potesse diventare la mia professione a tempo pieno. Ho dato le dimissioni dopo 12 anni che lavoravo in ufficio. Nel giro di due mesi ero già in tournée con Renato Zero”.

È stato difficile lasciare un posto sicuro per la musica?
“Non lo nego: è stata una decisione sofferta. Ma ciò che allora sembrava un passo azzardato, si è rivelata una scelta vincente, perché a seguire una passione non si sbaglia mai. Oggi sono molto contenta: fare ciò che amo mi ha dato una libertà impagabile. Ma non rinnego il passato: anche l'aver trascorso dodici anni in ufficio legale mi è servito. Se sono cresciuta diventando la persona che sono ora, è stato anche grazie a quel lavoro”.

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In cosa consiste il tuo lavoro di docente?
“Insegno tutto quanto serve per l'attività di cantante. L'impostazione muscolare, le tecniche di rilassamento, l'omogeneità del suono. Ho anche sviluppato un metodo personale basato sull'approccio allievo insegnante: cerco di capire cosa crea tensione e perché, in modo da sciogliere i blocchi. Spesso si sta in apnea, sia a livello posturale sia respiratorio”.

Come mai hai deciso di insegnare canto anche in carcere?
“Mi è stato proposto e io ho accettato con entusiasmo, ma anche con preoccupazione perché all'inizio non sapevo bene cosa avrei trovato. Il corso di canto era solo una delle attività didattiche proposte dal carcere, e io ho pensato che potesse spingere queste donne, tra cui tante ragazze giovani, a una vita diversa, una volta scontata la pena. Non si tratta solo di sviluppare un talento per chi ce l'ha, ma di vivere un'esperienza che trasmette un'energia e una positività pazzesche, perfino tra le mura di una prigione. Cantare in gruppo, far uscire la propria voce, aiuta ad avere più fiducia in se stessi e nella possibilità di ricominciare una nuova vita. È attività leggera che ha grande valore: una piccola cosa che diventa grande”.

Qual è la maggiore difficoltà che hai incontrato?
“Le detenute vanno e vengono, e questo porta a un continuo ricambio che non mi consente di progredire con il programma come vorrei. Le difficoltà maggiori, comunque, sono didattiche. Ci sono molte straniere che non parlano bene la lingua, ma anche tante donne che sebbene siano italiane non sono capaci di leggere e scrivere, così i progressi sono molto lenti. Devo sempre aggiustare il tiro”.

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Quante donne recluse seguono il tuo corso?
“Le iscritte sono 15-20: è un numero variabile perché non ci sono mai tutte. Le loro storie sono differenti, hanno varie età e vengono da paesi e culture diverse. Sono italiane, sudamericane, rom, dai 20 ai 60 anni”.

Come si svolge una lezione tipo?
“Facciamo esercizi di riscaldamento vocale, approfondiamo le basi della teoria musicale, ci dedichiamo a piccoli fraseggi per allenarci a solfeggiare... E poi cantiamo un po' di tutto: musica popolare, brani sacri, ma anche tradizionali. È il quarto anno che tengo questo corso, che dura da settembre a giugno, e ogni edizione porta nuove emozioni”.

Come reagiscono le tue allieve?
“Usare la voce regala loro un po' di libertà. È un'esplosione di sentimenti molto intensi, un mix di cose. Faccio fatica a descrivere ciò che si prova perché anche in me si mescolano differenti emozioni. Da un lato, ti viene di pensare alle loro vittime, poiché si tratta pur sempre di persone che sono state giudicate responsabili di reati. Dall'altro, è bello vederle in aula scambiarsi sorrisi, confrontarsi sugli errori, ridere, commuoversi. Ogni tanto una parte a cantare per conto suo, e poi le altre applaudono. Spesso si mettono anche a ballare. Vivono in una realtà molto dura, ma in quelle due ore si lasciano andare a un po' di felicità”.

Che cosa si prova a lavorare dentro un carcere?
“È come trovarsi in un universo parallelo. All'ingresso ti chiedono di consegnare la borsa e spegnere il cellulare, e così per quelle due ore che dura la lezione sei totalmente isolata dal mondo, sei solo tu e le detenute che ti stanno intorno. È una sensazione strana. Ed è ancora più strano quando teniamo un concerto dentro il carcere, aprendolo al pubblico che viene da fuori. L'anno scorso tra gli ospiti abbiamo anche avutoMika. Le detenute che lavorano nel laboratorio di sartoria gli hanno regalato una sciarpa fatta da loro”.






Video: CHE LAVORO FACCIO? Personal trainer FISICO/ Coach Online?

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Date: 12.12.2018, 22:56 / Views: 65365